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Pensieri ruvidi

Mi piace il contatto con il ruvido asfalto.
La sensazione che dona il sedersi in un posto non convenzionale mi fa sentire un fuori-posto in ordine; non è tanto una mera utopica manifestazione di ribellione, non è il fregio dell'alternativo che preferisce la libertà concessaci da questa porzione di spazio, molto più estesa di quella di una sedia, alla comodità di quest'ultima.
È come scrivere su fogli da disegno (cosa che faccio), dove le parole non ingabbiate da carceri di righe o quadretti possono imprimersi comodamente dove a loro piace! Rido di chi, ripetendo senza analizzare le parole di un qualche psicologo, mi spiega come la mia grafia oscillante e incerta sia sintomo ora di felicità, ora di di tristezza! La verità, mio caro stupido psicologo senza testo, è che la mia mano, o meglio la mia vista, non è capace di organizzare lo spazio a me necessario per mettere su carta i miei pensieri. Ora le parole sono su, ora le parole sono giù! E così si formano delle bellissime potenze di parole, come gente elevata a triste; chi può negare magari che l'elevazione a potenza delle parole non sia l'ultima espressione del significante?